QUANDO E' CARNEVALE

Era Carnevale del 1984. Vestito di bianco, come in un sogno, mitico e coloniale, mi imbarcai su un volo Varig per Rio de Janeiro destinazione São Paulo, che è la città dove sono nato. Lasciavo dietro tutti i problemi del Freddo Inverno che mi torturava e andavo verso quel Carnevale Tropicale che significava per me rinascere. All'alba il jumbo atterrò nell'aeroporto di S.Salvador da Bahia. Dentro la fusoliera del 747 dormivano tutti. Il caldo tropicale entrò improvviso dal portellone aperto dell'aereo parcheggiato sulla pista e sotto un cielo rosa, reso scintillante dai primi dorati raggi del sole dell'estate Atlantica, bevvi il mio primo, profumato e meraviglioso caffè brasiliano, senza nemmeno toccare il suolo del Brasile, in una tazzina di plastica, fermo a bordo, mentre scendevano trionfali ed euforici, festanti e ballando, i sorridenti passeggeri arrivati nella Bahia. Nel silenzio la mia canzone mi risuonava nella mente, sulle cime delle palme tropicali e sopra l'ombra degli alberi verdi di banana che incorniciano l'aeroporto della Bahia. Ero finalmente solo con me stesso. Fu un momento meraviglioso. Il giorno si sveglia, risveglia il mio amore, il mio cuore si accende di te. Altre tre ore di volo nell'azzurro cielo Atlantico, costeggiando il litorale del Brasile, ed arrivammo a Rio de Janeiro. Da Rio a S.Paulo c'è un servizio che si chiama ponte aereo, un aereo ogni 30 minuti. L'aeroporto di S.Paulo, Congonhas, è nel centro della gigantesca megalopoli tropicale che mi ha dato la luce. L'aereo iniziò la sua interminabile e lunghissima discesa in mezzo a grattacieli e torri metropolitane quasi fantascientifiche, mentre al finestrino piangevo sfrenatamente, commosso, pensando al mio Grande Ritorno e, sguainata la spada, pronunciavo a cavallo, come l'imperatore Dom Pedro I, alla presenza delle più alte autorità militari del paese, la celebre frase: "Brasil! aqui estou, voltei!" Il paesaggio che l'aeroplano, uno sgangherato DC3, attraversava atterrando era da Metropoli Tropicale Blade Runner. Erano 22 anni che non tornavo in Brasile, me ne ero andato quando ne avevo 11, allora avevo 33 anni. Sanremo poteva aspettare. Era il momento giusto per tornare. Baciai il sacro suolo appena sceso dalla scaletta dell'aereo. Non era vero.

S.PAULO
Un amico di mio padre, Livio Pincherle, triestino, emigrato con lui nel '38 dall'Italia fascista, venne a prenderci all'aeroporto. Aveva una pistola nell'auto, una calibro 38, mi disse che lì era normale essere armati. Attraverso una lunga autostra Mia zia Noemi, giunta in Brasile all'età di 6 mesi, abita in un a casa bellissima nel quartiere Sumarè, a S.Paulo, in rua Cafelandia. stile latinoamericano, immersa in giardini di automobili brasiliane sconosciute, pubblicità di auto americane, autoradio e transistors giapponesi e le nostre gloriose Fiat. Sul incrocio delle 4 strade che circondavano la rua Cafelandia, tra sontuose acacie, ibischi, felci ed altre piante tropicali, c'era un piccolo altare della macumba, la religione animistica africana mista al cattolicesimo, con delle candele accese, fiori ed oggetti rituali. Io e mia moglie fummo ospiti lì. La donna di servizio negra di mia zia, afrolatina e americana, cucinava benissimo e aveva un sorriso largo di riso e fagioli, farofa e frutta tropicale, e guadagnava 5000 lire alla settimana. Abitava in una favela della periferia di S.Paulo distante due ore di autobus. S.Paulo è cresciuta enormemente. Andai a visitare le case che avevo abitato, nella rua Portugal, la mia scuola, il Liceu Eduardo Prado, e ritrovai i miei giochi di bambino, i dolcetti di noccioline del bar dell'angolo, il Guaraná, che è una bibita gasata a base di un frutto amazzonico che non si consuma in altro modo, una specie di gassosa, insomma, i miei libri di scuola, la cartella, i quaderni, la mia penna stilografica, la uniforme della scuola, le scarpe con suola di gomma vulcabras, il gumex per i capelli, le capanne costruite da bambino sugli alberi, i "matinhos", piccoli terreni non costruiti tra una villetta residenziale e l'altra, dove giocavo con le mie fionde, le biglie colorate di vetro, le figurine dei calciatori, i dischi italiani dei miei genitori, la mia bicicletta Caloi 22, il casco da corridore di automobili, le macchinine, la casa di Sandro, il mio migliore amico, nella avenida Pedroso Alvarenga, vicino la rua Iguatemì. Ritrovai tutto sotto strati di asfalto di megasuperstrade a sei corsie, torri di vetro nero, enormi edifici, banche di caffè, grattacieli metallizzati, labirinti di ponti sospesi, viadotti volanti, negozi di oro e pietre preziose, affari immobiliari sicuri, promesse di cartelloni pubblicitari, panetterie senza porte, vetrine di aria, giornali a colori, bambini che vendevano limoni ai semafori, guardie armate dappertutto, decine di polizie, ristoranti di Minas Gerais, limousines americane, jeep giapponesi, pneumatici Pirelli, gigantografie di piloti di Formula uno, azzurre nuvole di sigarette sconosciute, antenne televisive alte dieci piani, piccolissime baracche di lamiera nelle aiuole dei giardini opulenti, una babilonia di gente di tutte le razze che saliva sull'autobus gigantesco che li avrebbe dovuto portare fuori dalla povertà, verso le ville verdi dei ricchi industriali con gli occhiali neri. Andai a fare compere negli enormi shoping center che ci sono, comprai dischi, Storia del Samba, e magliette di squadre di futebol, tra cui la mia squadra del cuore, il S.Paulo Futebol Clube. In compagnia delle mie cugine Livia e Lucia, andammo a sentire uno show di rock brasiliano in un locale. Mi attaccai ad una radio e cominciai a cercare. Trovai la stessa musica che suona in tutto il mondo, tranne che in una stazione, che trasmetteva solo MPB, Musica Popular Brasileira. Su quella frequenza sognai una chitarra nei pomeriggi di poltrone di paglia e ombra sotto bicchieri di bibite fresche e colorate che la poesia della lingua portoghese, le armonie intricate e i ritmi caldi acordavano con il mio cuore di bambino, tanti anni prima. Poi decidemmo di uscire la sera per andare ad un cinema per vedere Terminator in un teatro postmoderno di colori internazionali, di pantaloni grigi e degli occhiali grafici neri London style, la radio chiamava la canzone "Jump" dei Van Halen come in qualsiasi parte della Mondometropoli. Andai al carnevale del Corinthians, la squadra di calcio dei negri di S.Paulo, nel ginnasio della squadra che è nella periferia della megalopoli. Lì S.Paulo entra in una giungla di polvere che non ha fine e che sorride minacciosa, la strada diventava sempre più stretta, forse oggi Gesù Cristo abita da quelle parti, sicuramente ci capita spesso. Gente in pantaloncini corti, case sempre più povere e, andando avanti su quella strada, il tempo progressivamente sembrava tornare indietro, diventava un incubo, il non potere fermarsi ai semafori di periferia, per il rischio di essere assaltati, la strada sempre più stretta, non si arrivava mai, la periferia infinita, la gente sempre più povera, sempre più vicina, fino al Parco S.Jorge, dove c'era la palestra del Corinthians, la squadra di futebol dei negri, i cui colori sono il bianco e il nero, e dove c'era la festa di carnevale. Poi partimmo per Rio de Janeiro e per il mare.

RIO DE JANEIRO
A Rio affittai una Chevrolet Monza dorata ed alloggiai nella stessa stanza dello stesso albergo dove era stato Toquinho, a Ipanema, sulla riva del mare, a un prezzo che per noi europei è da pensione di Rimini. Temperatura 33 gradi. Ostriche, aria c. Andai al mitico Maracanã dove si giocava Flamengo vs Brasilia. Risultato 3 a 3. Al ritorno dal Maracanã, notai uno strano luogo, sulla strada, da dove proveniva una musica a volume altissimo. Era una specie di Centro sociale, una costruzione bassa di cemento, tipo fabbrica, dove si accedeva ad un prezzo bassissimo: era una scuola di samba. Dentro, attorno ad un grande cortile circondato da case semicostruite di cemento grezzo ad un piano, un corteo di negri giovani e vecchi girava ininterrottamente cantando sempre all'unisono la stessa canzone. Dal tetto sopra una stanza in cemento crudo una cinquantina di percussionisti suonavano la mitica batteria della scuola di samba, con tamburi, cuiche, tamburins, pandeiros, tamburelli, maracas, caxixe, agogo. Ero nel territorio della scuola di samba "Estacio de Sá", anzi, "G.R.E.S. Estacio de Sà", Gremio Recreativo Escola de Samba Estacio de Sá, navigatore portoghese del '500, scopritore della baia di Guanabara, dove sorge la città meravigliosa di Rio de Janeiro. Mi buttai anch'io. ( Mulatta elettronica che hai visto i prezzi oro nero che sfila con i colori i tamburi dell'Africa sotto il sole dorato e nero dei pianeti metropolitani fantastici. Afrodite circondata da pantere nere ed appuntamenti d'amore. Black Venus guerriera la mulatta morena del Brasile strega della macumba fai piovere argento e ritmo dal basso del ventre del mondo e coriandoli mentre il tuo compositore di cachaça e limone discute con il poeta del samba checontinua a leggere le nuvole, fermo sul bar dell'Atlantico, abituato a tutto ormai al tempo che passa sfogliando il giornale giocando a scacchi guardando il mare mentre vola un foglio salato e sta cercando nell'orizzonte la tua barca che arriverà nel porto di Rio de Janeiro per la allegria carioca in tempo per l'appuntamento con la fantasia. Pedro Alvares Cabral navigatore del re del Portogallo, scoprì il Brasile o dia 22 de abril 1500, si presenta con molta animação. Mulatte linde di Rio parrucchiere avvolte in nylon televisivo commesse si telefonano impiegate cosmetiche ridendo disoccupate del morro della favela negrinha triste cameriera arrumadeira muito bonita. Parte la scuola di samba Vila Isabel per gli eroi anonimi del Carnevale. L'esperienza dell'allegria. E marciano e passano con i pantaloni bianchi santi neri sambando poliziotti soldati e ladri e disoccupati il tamburo bumbo migliaia in mezzo i poveri sfilano e suonano il loro tamburins disperati incoscenti che trovano il coraggio ubriachi innamorati esplosivi di cachaca e canna da zucchero nella banda dell'asfalto bande di tamburi metropolitani insieme alle macacas do morro das favelas do pau e do pandeiro. Morena coi capelli lucidi, la schiena nuda, la pelle color di caffè, io, sono stato io, a toglierti il vestito bianco sui seni dell'Impero, nella luce della luna, la differenza brilla sul tuo viso con polvere di stelle nel microfono del tuo carnevale elettronico, sulla tua pelle, ed il suono del Governatore della Portela è di chi lo vuole, è della notte nera delle stelle, sono stato io, nel mare caldo dell'estate di febbraio, nell'onda dell'aria della cachaca dell'Hotel National do Portuguez dei cadetti dell'esercito. Ora vuole molto la Marchesa, molto oro, e compra le migliori puttane di Rio, i migliori cuochi, le ballerine più virtuose, champagne e musica per i balli più famosi di Carnevale, i migliori cacciatori nell'aria elettronica. Nettuno Poseidone Iemanjà mãe do mar Imperatrice del mare è una bambina e dice che "a qualidade do samba, deve ser pra" bruciare, con le mulatte nude sull'asfalto ed i grandi stregoni neri, il tamburim in mano, rotondo perfetto scintillante, un cerchio con le due scarpe bianche sull'asfalto.

JOAO CARLOS SANTOS
João Carlos Santos ora ha trovato un lavoro di poco conto, guardiano in un garage nella periferia di Rio, dove la notte è lunga e piena di paura. Joao Carlos a volte beve ed ha paura della pistola di fuoco e piombo che deve avere, spera che non succeda niente, nessun assalto, nessun furto, nessun ladro, e quando torna a casa al mattino, nel morro della favela, vede le sue bambine uscire per andare a scuola, bacia la moglie, pensa un attimo alla schedina della lotteria da giocare, guarda i ragazzini giocare fuori dalla finestra, giochi violenti di questi tempi senza lavoro, beve un caffè e s'addormenta nel caldo tropicale del giorno, pieno di luce tropicale, e sogna il carnevale, e spera che non succeda mai niente di male, mai. Oggi Joao canta sul camion della scuola di samba e questa era la sua canzone, la canzone del cantante di camion negro, la maglietta a righe verde e bianca, la pancia piena di birra, ed un cappello di paglia troppo piccolo, nel microfono del Carnevale, un bacio ed un sospiro forte, una lacrima ed un emozione, un attimo e via, sulla Marquez de Sapucaì. Un caso serio di samba Joao Carlos Santos, di samba canção, samba esaltação, tracos, partidos altos, perfino di Maracatù del nordest, Joao Carlos Santos. Salgueiro e a noite trouxe a minha canção da Bahia, skindò, o amante, e poi Imperio Serrano, Mangueira, Beija Flor, Estacio de Sá, rosso e bianco. Cantano pandeiros, atabaques, surdos, tamurins, cuicas, reco recos, batterie infinite, bande fortissime, l'Africa elettronica, contemporaneo amore. Passano la figurinista Imperiale di Rio de Janeiro, fantasias coloniais senza freni, senza memoria, Caprichosos de Pilares, bicho novo do Carnaval 1984, homenagem ao Salgueiro na bateria, você , VOssa SEnhoria, sai na Beija Flor, que foi passista, bricou de ala, dizem que foi o grande amor do mestre sala. Il grande amor atè a quarta feira, mercoledì delle ceneri, balla Joao Carlos, e la sua donna, un po' rotonda dopo le due bambine, ma ancora piacevole, alcuni metri più in là, quasi nuda, vestita di paillettes, che balla, felice. E, sudata nella passarella, alcuni metri più in là, anche lei, Clarice, bella sopra il carro, in alto, irraggiungibile per lui, il corpo sensuale di una pantera, una dea Africana. Quante volte Joao Carlos aveva pensato a Clarice, sognato Clarice, nella lunga notte del garage, e quante volte aveva imprecato dentro di sè, vedendola uscire la notte con quei delinquenti pieni di soldi trovati chissà dove, cocaina o armi. Forse anche il diavolo era entrato in quella batucada della notte di carnevale, per un attimo, nel corpo caldo di quella ballerina negra coperta di piume rosse come il fuoco, Clarice della passione. Il cuore Joao Carlos s'incendia, brucia, e la strega con i capelli lunghi gira la ruota di passi di samba, nuda, vibrante e sorride, diavolo della Bahia, il diavolo del morro, del fantasma di quello spirito che rivive, voodoo a Carnevale, e per un istante, un momento, Joao viene attraversato dallo spirito della grande madre Africa, per il mattino della macumba di Rio de Janeiro, del mare, dell'oceano Atlantico, della carne che desidera, che brucia, che vuole, che ha bisogno della follia dell'amore.
OLINDA
Dopo Rio decisi di andare al carnevale di Olinda. città del '500 vicino a Recife, nel nord del Brasile, nello stato di Pernambuco, perchè il Carnevale della Bahia era considerato generalmente troppo pericoloso. Affittai un'altra automobile Eravamo in un hotel sulla spiaggia. Pioveva guaranà e sognavamo arcobaleni bevendo latte di cocco in un ristorante di Pernambuco sotto le palme sulla spiaggia, il mare Atlantico e camarão, cioè gamberi, alla bahiana, la cantilena lenta del cameriere del nordest la pelle scura i capelli neri, l'abitudine alla povertà, il diritto di sognare, il carnevale della felicità. Per strada passa un blocco di altoparlanti su un camioncino, è un negozio di Recife con un cantante con la pancia, probabilmente il titolare. Il bloco passa allegro per la strada polverosa della riva del mare e ci lascia al verde e giallo della bandiera che sventola nel vento forte e umido del pomeriggio. Di Brasilia. Brasilia verde arriva dall'altopiano, sull'autobus del mattino, ballando con le sue mille maschere, verde di india sulla pancia nuda, di mille colori, e piume di uccelli, colibrì nell'architettura, di cemento grande, Brasilia. Menininha della Bahia, del candomblè, maschere bianche terrificanti di fantasmi e acque, e pietre preziose, Brasilia che balla sullo stendibiancheria, con chiese barocche dipinte di bianco e celeste e azzurrino e verde chiaro e giallo e arancione e rosa. Brasilia troia negra, amica del jolly del carnevale. Brasilia in una tv elettronica di S.Paulo, bionda, vestita di oro, ricca, desiderata miss sorriso, nuda Brasilia, spreme il succo delle canne da zucchero in un baracchino di legno, la pelle di cannella, nel porto di Recife, nel tramonto dorato, è giovane e povera ed ha un vestito rosa, i genitori intorno sulla riva del mare cattolico, la radio accesa ed una canzone, la mia, tre corteggiatori troppo poveri, le canne da zucchero, alte come antenne sulla sera tropicale, ed un sospiro, uno sguardo, un sorriso, Brasilia Venere abbronzata in tanga si offre all'abbraccio del mare e alla spuma delle onde forti, pura pulita bambina, una sirena ballerina che conosce il segreto della vita. Brasilia con la pelle nuda, negra, sfila su un carro nello stadio, nell'arcobaleno del pavone iridato, con miss Rio, coperta di piume gialle, vedette del varietà, soubrette strip tease del cuore della cassiera del cine indios verdi della foresta dell'arcobaleno uomini dai cappelli amministrativi verdi come il denaro e dollari ministri di metallo spaziali, spaventosi capitani della Commedia dell'Arte guerrieri africani il subconscio del Carnevale. La notte dei Maracatù. Recife in un tramonto tropicale piena di vento e decorazioni di carta, nastri di tutti i colori appesi con cura sui fili della luce delle speranze impossibili, si apre per accoglier la notte dei Maracatù, il Carnevale del sertao, dell'interno, il carnevale di lampiao, bandito guerrigliero dei contadini dell'interno della terra senza acqua, degli indios misteriosi scomparsi, degli schiavi negri fuggiti, le mitiche presenze del mato, della foresta, inafferrabili osservatori della vita dura di chiese e piccoli mercati, tanta fatica, e gli autobus sporchi d'olio riversano un mare di corpi un mare di cuori di frustrazuioni di povertà frastuoni di storie d'amore e di sospiri, di voglia di ridere e di vivere, famiglie intere papà e mamme giovani bambini piccolissimi addormentati ragazze eccitate giovanotti abbronzati in divisa da futebol, ognuno con la sua maglia del cuore, i poliziotti come marziani di plastica nelle divise americane dirigono l'enorme concerto della batucada umana la grande sfilata della festa. Confusi dentro la pancia del mostro della folla, nel caldo respiro della notte, divorati dal ritmo della strada, io e il mio amore. Le chiese illuminate con lampadine, chiese barocche costruite dai portoghesi nel 1550, bianche con palme altissime, le decorazioni coloniali di pizzo bianco come il vestito delle bahiane con il fazzolletto in testa e la frutta, banane goiabe abacaxi manga mamao, e le balze delle gonne di pizzo settecentesco ancora che girano come ruote sull'asfalto dlla notte. Passavamo per le mille bancarelle di dolci, pezzetti di canna da zucchero infilati in bastoncini di legno, mele caramellate, zucchero filato bianco e rosa infilati in sacchetti di plastica come palloncini, tenuti per aria come bandierine appese a fili elettrici, torte di mandioca e milho verde, gelati di cocco maracujà limone succhi di arancia limonate guaranà birre nazionali pezzetti di formaggio, requeijao, pipoca, noccioline tostate, fagiolini tostati, pezzetti di carne seccata al sole, farofa, riso, uova sode colorate, uova di quaglia, granchi, frutti di mare, fumo di arrosto, bambini che passavano vendendo pezzetti di polpette e per strada il trio elettrico, frevioca, davanti ai palazzi settecenteschi della notte di Olinda, i palazzi dei vice governatori portoghesi della capitanerie, dei proprietari terrieri di zucchero, i padroni degli schiavi negri. Nel traffico una Ford dorata targata Brasilia (2000 km di distanza) con la radio a tutto volume portava una giovane portoghese con i capelli neri brillanti, bellissima, ad un ballo privato, ricco, esclusivo ed a chissà quali piaceri misteriosi di carnevale, chissà quali promesse, chissà quali regali.
La notte. buio terrore il sogno.la paura l'Averno zumbi bbs della bahia ma siamo ad Olinda dalla password zumbie o era il nome della stazione del segnale di identificazione di una bbs del oltretomba, mitico Orfeo e chi chiama? Lampiao, Corisco, Zumbi, Chica da Silva, dapprima alcuni segnali poi capisco sono andato fin là o sognavo solamente? E noi ballavamo nel ventre della notte, il vento dei Maracatù con l'ombrellone, misteriosi cortei rituali, di Baque virado, tenuti assieme da chissà quali tradizioni, quali necessità, il Maracatù Leão Coronado, Cambinda Estrela, Estrela Brilhante, Maracatù di Indio, Encanto do Pina, e poi improvvisamente incontro presenze spaventose, negri vestiti come nel settecento, parrucche bianche, sfarzi incredibili, finti opulenze scintillanti contro la povertà delle case antiche vecchie piccole strade, finestre basse, porte colorate con televisioni accese, grandi santi e pizzi, banali cucine per strada, sedie e luci fioche. E come per incanto, nella strada stretta si ferma il corteo, aspettando il momento di sfilare nella strada principale: il direttore della banda suona il fischietti e tutti si siedono per terra, nel buio spaventoso della stretta stradina secondaria, appoggiati alle case, i ragazzini della banda con i tamburi rossi e bianchi, i colori del Maracatù Porto Rico do Oriente, le bahiane con i larghi vestiti dorati, la grande dama vestita da regina del Portogallo entra in una casa a bere un po' d'acqua, il cerimoniere negro con la parrucca veneziana bianca lascia l'enorme ombrellone di velluto rosso scuro. Passa violento e noncurante un gobbo pastore nano, il sacro idiota, con un lungo bastone pieno di nastri di tutti i colori e una gobba finta di innumerevoli e multicolori sfere scintillanti come monete, passa lo sciocco antico del Maracatù rurale, il pastore con le calze a righe, il berretto del sertao, il matto dell'interior, il Maracatù del Pavone Dorato, quello del Cruzeiro Forte, Maracatù Estrela da Tarde, il Maracatù Leão Brasileiro, Maracatù Leão Pernambucano, Maracatù Leão da Aldeia, Maracatù Aquila dorata e gli altri Maracatù rurali. A Olinda arrivammo portati dal mare, stanchi di tempeste e naufragi, di paura del cielo e di nuvole nere, io mia moglie e la nostra bambina, l'alba dell'ultimo giorno di febbraio del 1684. Era carnevale, le nuvole bianche enormi vestivano il cielo nero delle stelle dei misteri del mare le notti di Olinda. Le case ad un piano bianche azzurre rosa tutte in fila allineate sulla salita della collina dove il cielo di arcobaleni si rifletteva nelle pozzanghere vicino al venditore di mele caramellate, frittelle e acqua di rosa che Valentina volle avere. Trovammo da alloggiare in una locanda sulla salita. C'erano palme e strani alberi verdi, molto alti, ed una mulatta vestita di bianco che serviva acqua di canna e ci aiutò a portare le valigie, le nostre poche cose, il cerchio di Valentina, la sua palla, la gabbia del canarino e il bambolino di pezza di un Arlecchino ve neziano dal quale lei non aveva mai voluto separarsi.

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