Memonauta Italiano

 LA CANZONE DI TOKO

La macchina dentro la testa ricominciò ad emettere suoni artificiali. Girava ancora emettendo un rumore, il modem lampeggiava, l' hardware era un assemblato cinese, un clonato comprato a Rotterdam; FlashBaby inserì un diskette nel driver e cliccò sull'icona; la sua luce mutò. FlashBaby non la guardava più ormai, il suo viso divenne bianco, poi la sua faccia diventò azzurra. Muoveva i suoi arti artificiali elettronici e le ali di plastica velocemente, muoveva le sonde paraboliche ed orientava le antenne. Le potenti orecchie digitali di onde meravigliose s'innalzavano prendendo il volo come l'aerlicottero jet che decollava ora dalla torre nel canyon di abitazioni e neon colorati. Digitò la password, ottenne l'autorizzazione e partì verso il satellite. Salendo vedeva le finestre accese nella notte della metropoli che diventavano sempre più piccole. La notte costava meno volare. Immagination2 chiede permesso di decollare. Accordato. In breve ci innalziamo sopra le nuvole e raggiungiamo l'altezza del satellite. Nelle tracce di una cronologia iscritta nella memoria da qualche parte il piano di volo. Missione Toko. Toko è una cantante giapponese. L'ho incontrata cliccando una stazione radio di Manaus, Amazonas, dove sono sempre sintonizzato per motivi di sicurezza, sono un agente segreto dell'esercito. Lei mi ha fatto ascoltare quella canzone. Ma non era lì. Era nelle mie fibre nervose. Dopo non l'ho più rivista, l'ho persa di vista. Decisi di partire a ricercarla. Connetto; Clicco. Compro tempo con una credit card coreana dell'Olivetti e carico un file dalla BigTower. Volevo dirle che la sua canzone aveva attivato qualcosa di indecifrabile che stavo ricostruendo.

 Il primo giorno arrivai a Tokyo, via HK, solo. Incontrai subito Toko elettronica sul top di un videogame offerto in vendita via rete web net. L'accesso era inevitabile. E facilissimo. Clicco ed entro nel suo programma. Un video clip e lei non balla. Registro la sua voce sul mio MD4. Lei entra nella mia memoria e recita tutte le volte la stessa scena. Ero prigioniero. Lo schema dava disposizioni energetiche al mio programma centrale. Mancava una scheda, però. La memoria biologica a volte si spegneva. Ma quando Toko attivava allora una elettricità positiva alzava i sensori emotivi e colorava di rosso il sangue delle sensazioni. La macchina non accettava interattività. Non a quel prezzo. Dovevo trovare la password giusta. Avevo bisogno di Kimiko. Kimiko, ancora. Proprio lei. La notte elettrica di Tokyo mi butta trascinato da Miss Immagination tra giochi elettronici e gli aeroporti della mente, informazione. Akai Nikkei. Consumo fotos. Clic camera clic. Flash baby is back. Mi perdo nei meandri del popolare e mediapop.

 Cerco Kimiko. Lei è sempre allo stesso posto, per fortuna. Le dò appuntamento a Shinjuku, alle 19.00. lì perdo la testa per Kimiko. La incontrò in rete. Kimiko Sylvia che si materializza, sorride, mi chiede dolcemente come stai? La porto fuori a bere la Luna che è una ragazza bellissima. Trovo il coraggio di chiederle Ci vediamo ancora? Lei sorride silenziosa scintillando. La sera la passo a prendere all'HotelAlitalia. Lei ha una automobile rossa. Usciamo . Sul sofà di neon guardiamo le mie tv, beviamo LacteaMini, giochiamo su una play station insieme, poi lei carica un film. Vedo che allunga i sandali a piattaforma di plastica blu e sposta la minigonna nera di raso, brillante, luccicante, scintillante. Una tecno bambolina. Le sue unghie nere cercano le mie mani e le sue labbra sono tinte di rosa shock tre volte. Mi butto all'inseguimento di KimikoSylvia e delle sue fotografie immaginarie. 23 volte il suo goloso sorriso ed è un amore e baci impossibile da resistere. Vengo travolto. E' troppo forte per resisterle. CyberJapanTV mi affascina ancora ed attrae: la storia di SuperModel ed altri films underground, ma non è più disponibile. Ma cerco Toko e la sua canzone. Giro per gli anelli di Tokyo, un messaggio mi dice che lei è lì, non è uscita dalla rete. Le foto del resoconto, le istantanee di una studentessa americana. In viaggio turistico, l'aeroporto, foto del cielo, i templi, architetture, castelli e giardini del Giappone di ciliegi e penso a quella canzone. La devo trovare. Nikkei net. Asashi Shimboum media pressnews. Nbc. Tmc. Rai. Niente. Non c'è. Tokyo. Ci ritroviamo io e Kimiko Sylvia in un ristorantino la sera dopo, dove Banana Yoshimoto ci indica la via del cha del the.

Noi invece ci dobbiamo buttare all'americana, hot dogs in rete. E penso a Toko, a quella sua canzone. Non so chi è. La cerco in rete da un microcomputer modemsat e lei non c'è. Ma so che c'è. Devo trovarla. La sua canzone comincia ad essere onnipresente in me e nelle mie fibre sensoriali. Non so perché. Ossessionante. Magia manga. E' lei una strega, ne sono sicuro, mi ha stregato. Io sono diventato un teenager ipnotizzato. Lei è una poetessa, immagino, sicuramente una cantante di professione, una star, la sua faccia è nel sito della Sony Japanese. Dovevo cercarla meglio. Venni trascinato via dal traffico e dalle onde, molto forti in quel punto, Clicco ed entro instantaneamente nei siti di CyberTvNihon, dove Tre ragazzine in uniforme della marina si difendono da un guerriero in corazza ed hanno armi fatali. Dobbiamo allontanarci. Un serial televisivo popolarissimo.

Andai a dormire da Kimiko ancora e lei mi fece esplodere un'altra volta. Era l'alba quando mi versò il caffè in cucina, ed era bellissima, le gambe lunghissime, i capelli verde oro a boccoli, i seni piccoli, magrissima, dentro quella sottoveste di raso rossa e i tacchi di gomma sintetica. Kimiko doveva partire e l'accompagnai, aveva da fare nella Big Tower. Velocemente tornammo e volammo via lontano. Ma non avevo trovato Toko. Dovevo avere quella canzone. Così importante per me. Ma Toko sembrava sparita. Sarei ritornato. Una settimana dopo eravamo a Harlem, NYC, al Sylvia's Restaurant. Black Ebony. Gustavo un piatto di specialità black american con Mississipi blues. Mi girai e improvvisamente vidi alle mie spalle, verso la porta del ristorante, una donna sui 28 anni, capelli neri lucidi, camicia bianca di seta, sollevata da un soffio di vento profumato di oceano e fiori, pantaloni neri, scarpe basse, magrissima. Usciva volando velocemente accompagnata da un tipo americano alto, vestito sportivo, chic. Era lei. Toko.

 I due salirono su un taxi e sparirono inghiottiti dalla retorica della Grande Mela nella notte di Nuova York... Cosa ci faceva a NYC? Cliccai immediatamente sul mio computer freneticamente cercai informazioni ma non trovai nulla, non riuscii a sapere nulla. Impossibile. La notte dopo, un personaggio vestito di nero, BlackBeat, SweetSixties Mr CarnabyLamé, attraversa lo spazio dell' immaginazione: sono io. Kimiko Sylvia è al mio fianco, guida(va) l'astronave computer della mia fantasia. Mini metallizzata, top bordato di bianco nero a canottiera, scarpe di cuoio alla romana, a lacci, alte, col tacco, nervosa, come sempre le donne sono. Dopo una tappa alla AkaiCo., giungiamo due sere prima a Tokyo. Dovevo trovare Toko. Era scomparsa. Che percorso aveva fatto? Era rimasta solo nella mia memoria? Inscritta in un viaggio onirico in Estremo Oriente, un file temporeaneo da svuotare nel cestino del computer e cancellare? Non è possibile. Salvai tutto su floppy disk subito. Attrerrammo nel 4° Anello. Era il terzo giro: i siti degli artisti, le luci distorte elettronicamente, filtrate, acide, accese. Lovely Idols. Famous Japanese people. Midi files, tecno music, demo, shareware, skaricai dalla rete una foto di Ginza, la Coca Cola, labbra rosse cosmetiche di modella tedesca, un superHiro orientale, marziano e androgino, Bowie e Sakamoto cibernetico, un soldato cinese al cinema su sfondo antisovietico, HongKong cinema e bellissime ragazze cinesi con i capelli rosa
;Dovevo dare quella canzone a Toko, semplicemente.
Kimiko Sylvia decise di entrare in un programma mega di tecnologia. Iniziò a smontare e a rimontare la macchina. Ogni volta il sito tecnologico la assorbiva di più. Era ormai completamente dominata dalla tecnologia e riusciva a dominarla, in un accesso furioso di esaltazione estatica . Era drogata dalla macchina, era assuefatta ormai. Riuscì a trascinarla via e la portai a mangiare qualcosa.
 

Il nostro viaggio sembrava schiantarsi sulle aride mura di un castello di MegaCorporation Multinazionale senza successo. Presi la consolle di guida e attivai il mio Memonauta Plus! E la storia riprese quota, i leds indicatori rossi si spensero ad uno ad uno e ci ritrovammo sopra la tempesta a navigare spazi più tranquilli.
Sette ore dopo lei si svegliò. Caffè, pane biscottato, succo di ananas, yogurt alla frutta, speedotal e riprese arrabbiata il controllo di sé. Non avevamo ancora trovato Toko. Mi fermai per riposarmi, passai a Kimiko il turno di guida, me ne andai a fumare hashish con il mio narghilè colorato ad acqua nel letto della cabina di pilotaggio e la lasciai lavorare.
I problemi di estetica sono molto buffi a volte, pensai. In fondo era questo il mio mestiere. Rilevatore di mappe estetiche della percezione.

Ma ora ero in licenza. Eravamo tornati un'altra volta a Tokyo e non avevamo trovato Toko ancora. Presto sarebbe stato autunno ma le stagioni non erano più così lunghe. Per fortuna esistevano ancora il giorno e la notte. Victor ci aspettava al Hoshi Sushibar vicino all'uscita della metropolitana Chiba downtown Tokyo. Il colore del sashimi che mangiava era simile alla sua pelle artificiale che rifletteva il caos del traffico, le nuvole di vapore di riso e le calde finestre di legno del piccolo locale. Qui non ci dovrebbe vedere nessuno pensai.
La Modella Asiatica vestita di seta e fiori che aveva accanto non disse una parola e il suo volto non tradì la minima emozione. La sua bocca carnosa rimase chiusa per tutta la durata del nostro incontro e la sua pelle brillava dorata. Aveva un impermeabile di plastica nero chiuso alla vita e scarpe di plastica trasparenti italiane. Non disse il suo nome. Non disse nemmeno una parola quando Victor crollò urlando colpito alla schiena, la faccia sul tavolo e nel mio nikoudon, che si rovesciava sul pavimento del mosaico di legno del sushibar, mentre il padrone da dietro il banco rispondeva al fuoco con un bazooka infrarosso e la vetrina andava in mille pezzi. La donna fuggì dalla vetrina rotta e sparì nel buio della metropoli, mentre io e Kimiko Sylvia non avemmo il tempo di buttarci a terra che tutto era già finito senza che ci fosse successo niente.
Victor era semplicemente scomparso, si scioglieva lentamente e a poco a poco diventava un liquido rosa che poi si vaporizzò nel silenzio di quella notte a Tokyo. La donna l'aveva tradito, forse. Era uscita illesa. O forse….Comunque Non avremmo più avuto i dati di Victor. Ora un altro corriere si sarebbe messo in contatto con la nostra MultiCorp. Bastava aspettare. Era questione di tempo. Dovevamo trovare Toko.
Come può svanire così nel nulla, lasciare una traccia su una macchina ed andarsene, una persona in una metropoli grande come il pianeta? Impossibile non trovarla, da una rete all'altra, nell'elenco dei telefoni, in qualche quartiere residenziale di una metropoli, in una lista di albergo da qualche parte del sistema. Niente, più nulla.
In una discoteca del centro, circondata dalla polizia, piena di specchi, ninfe elettriche ed eroi cibernetici, lolite a 3D e eroi di videogames rock'n'roll incontrammo la donna di Victor. Ballava con un idolo virtuale adesso, emanava una fluorescenza azzurra, la luce era bianca nel neon, abbagliante, la musica dava ondate di piacere. Era divertentissimo. L'ecstasyla mela incantata made in London, i video made in LosAngeles, tutto di lusso. Lei stava bevendo un liquido argentato e sorrideva lentamente al suo Idolo che sembrava non vederla più, estasiato dalla maschera sensoriale che aveva sugli occhi e sulle orecchie. Volevo sapere il suo nome. Forse non mi avrebbe riconosciuto. Finse di non vedermi. Era scintillante come la pelle di un pesce, il vestito da sera celeste metallo lasciava scoperte le spalle dorate su cui ricadevano dritti i neri capelli lucenti. Le labbra erano azzurre chiare, gli occhi rosa. Dance music SuperDiva? Volevo sapere come si chiamava. Non avrei mai potuto averla, lo sapevo. Non sarebbe servito a nulla. Era inutile. Le informazioni di Victor erano sparite per sempre. Non le avrei mai più riavute.
Kimiko Sylvia cominciava ad innervosirsi nel suo vestitino rosa fragola, dondolava vertiginosamente sui tacchi rosso fluorescenti di plastica sintetica italiana. Mi spinse dentro la sua piccola auto rossa e mi guidò a casa, passando oltre il parco dei ciliegi ondeggianti nel vento, oltre le mura del castello che sembravano un video gioco di guerrieri, attraverso la sagoma iperbolica dei templi sacri Zen, nella notte fino al mio hotel, Hotel Yamaha, vicino il terminal della FiatCo. Kimiko Sylvia mi versò una cocacola blu e si distese nel letto senza svestirsi. Dalla finestra grande si sentiva il rumore di una ferrovia che passava sul traffico di Tokyo, che ci proteggeva dalla paura.

La mattina dopo, un raggio di sole si posò dolcemente sul corpo di Kimiko che dormiva nelle lenzuola di seta rosa accanto a me. C'era una grande pace in quel momento. Quel silenzio dorato era musica. Poco dopo lei si alzò, andò in bagno, raccolse i suoi vestiti sparsi per la moquette della stanza, accese la tv per le news e canticchiando mi preparò un buon caffè. Poi cominciò a piangere.
Kimiko disse che aveva paura di bruciarsi. Improvvisamente mi puntò la pistola alla testa ordinando di risalire in macchina e di guidarla a casa. Non avevo scelta. Cercai di prenderle la Beretta 7.65 col silenziatore. Un colpo partì sibilando e mandò in frantumi un vaso di vetro azzurro che c'era sul comodino della notte, buttando frammenti di vetro sul mio lettore di minidisc e conficcandosi nel cuscino alle mie spalle. Capii che era meglio obbedire. Presi le due valigie, le caricai sulla Toyota dell'hotel e la guidai all' air terminal dell' Alitalia, tra le memorie. Ma non avevo completato la mia missione.

Non avevo trovato Toko.Dovevo riascoltare quella canzone.
Trovai Toko tempo fa a Milano, in Italia. Era lì, non ricordo per quale ragione dormiva in un divano svedese nero, sotto una televisione sempre accesa ed una scatola di cd. Era bella. Forse era fuggita. Sembrava sentirsi inseguita da qualcuno. Era nella casa di due musicisti, aveva i suoi oggetti, i vestiti e la borsetta del trucco in una borsa di stoffa di tutti i colori.

 

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